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LA SOFISTA - UN APPROCCIO FILOSOFICO

 

Nelle smart cities si tende a rimodulare, attraverso la tecnica, un ecosistema culturale e tecnologico-ambientale, in cui gli utenti delle reti si riapproprino della propria individualità sociale, della libertà di scelta e di critica, delle conseguenze che comporta, del merito e del demerito, insomma dei propri diritti e doveri, in modo che l’uguaglianza nella fruibilità non sia fonte di livellamento e appiattimento, bensì di innovazione e differenziazione. 
 
Le smart cities sono una sorta di città ideali il cui disegno urbanistico delle infrastrutture e delle reti, sia materiali che immateriali, riflette criteri di razionalità.  L’impostazione scientifica si affianca perciò a una forte componente utopica, dove gli investimenti nel capitale umano e sociale, nell’istruzione, nella cultura e nelle infrastrutture, alimentano uno sviluppo economico sostenibile, in modo tale da garantire un’alta qualità della vita per tutti i cittadini, prevedendo una gestione responsabile delle risorse naturali e sociali in ottica futura, attraverso governance realmente partecipate. La partecipazione che si auspica deve consistere nel coinvolgimento e nella tutela delle minoranze, così come potenzialmente lo consente la rete internettiana.

Le prime riflessioni sulla possibilità d’impianto e di costituzione delle città ideali sono di epoca Rinascimentale, scaturiscono dalla riscoperta e dallo studio dei classici del pensiero greci e latini, in particolare di Platone, i quali, avendo a cuore la costituzione di uno stato perfetto, mirano a garantirne l’armonia e l’equilibrio tra le diverse sfere che ne compongono la vita comune: economica, politica, religiosa, sociale e culturale. Questa speculazione teorica è in stretto connubio con il rinnovato interesse rinascimentale relativo gli aspetti architettonici giudicati consoni a far evolvere l’arte del buon governo, che sebbene si eserciti attraverso politiche probe, necessariamente si rispecchia nell’applicazione di criteri urbanistici, elaborati secondo calcoli precisi e rigorosi, in cui dal punto di vista strutturale e organizzativo nulla sia lasciato al caso e/o all’improvvisazione. La città ideale della cultura rinascimentale si fonda dunque architettonicamente sui principi della prospettiva lineare dell’arte figurativa, delineata da Brunelleschi nel 1421 e codificata da Leon Battista Alberti nel suo trattato De Pictura, in una sorta di continuo rimando allegorico alla prospettiva e alla vision che il potere politico deve mostrare di avere per governare.

Il buon governo nel suo tracciare i piani dell’operare non può eludere il punto di fuga dove convergono le linee prospettiche, non può limitarsi a operare sul primo piano senza preoccuparsi dell’impatto che questo avrà sul secondo e sul terzo, non può non avere una visione chiara e precisa di dove si dirigerà con le sue scelte, così come l’efficentamento cui ambisce lo smart intergrid non può operare in modo puntuale e discontinuo. L’utopia rinascimentale della città ideale mostra che senza una prospettiva, senza una vision, non c’è né governo, né città, ma solo accozzaglia di spazi urbani, solo squarci, solo piccole angolazioni tagliate, talvolta ricche, cariche, belle, ma pur sempre effimere e limitate,  che frammentano la realtà e ghettizzano il cittadino, che agendo anch’egli a tentoni non riesce ad abitare lo spazio presente distruggendo quello futuro.

L’aggettivo inglese “smart” che caratterizza la trasformazione che si vuole strutturare sulle città in questa Terza Rivoluzione Industriale sostituisce l’aggettivo rinascimentale “ideale”, quasi a sottolineare l’abbandono di ogni prospettiva utopistica per la fattualità. La parola “smart” in lingua inglese racchiude una galassia di significati che vanno da intelligente, abile, sveglio, a calzante, alla moda, brillante, ma anche furbo e doloroso, ed è sintomatico che usata come verbo, “to smart”, significhi sia “bruciare” che “abbellire”, quasi a ricordare l’economica bellezza della fiamma che brucia producendo calore, della fiamma che è simbolo di intelligenza viva e vivace, veloce, in grado di operare sulla realtà attraverso metamorfosi che nella loro fase d’incubazione costrittiva possono provocare sofferenza; ma in fondo la bellezza ragionata e apollinea non nasce dalla crudeltà caotica e informe del dionisiaco? Smart ha dunque sia una connotazione estetica che etica, è un termine energeticamente plastico che indica la dimensione istaurantesi di fulcro attivo e polifunzionale che si vuole far raggiungere alle città in un rinnovato antropocentrismo fluido, che ricordi come ogni campo, e ogni spazio, non sia a se stante, ma sia profondamente interconnesso con gli altri; forse proprio per questo ad ogni rivoluzione, sia essa politica, culturale e industriale, corrisponde anche una diversa gestione dello spazio.

                                                                                                                                La Sofista - Maria Francesca Moroni

                                                                                                                                                      http://lasofista.com/

 

 

 

 

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